logo Regione Marche
[h]ome/
italiano | inglese | francese | tedesco

[Canali]
La Regione per la Cultura
Le banche dati del patrimonio culturale
Beni culturali
Spettacolo, mostre e attività culturali
Servizi per la cultura
Cinema e Marche Film Commission
Comunità Virtuale
italiano
MARCHE CULTURA - Uno sguardo sulle Marche


    
    


Schiuma adriatica
di Cristiana Colli

Leggerezza, bellezza e profondità.

Guardandola dall’autostrada A14 la schiuma del mare adriatico nei giorni di bora è una sequenza di rette interrotte ma costanti che disegnano tracciati paralleli alla costa. Non virtuali ma più reali della costa stessa, anche perché si rompono su quella costa e lasciano tracce più o meno profonde. Quella bora che ossigena l’adriatico, che è l’adriatico, lo rinnova e lo rigenera continuamente: lo ara e lo rimescola secondo la bella definizione di Paolo Rumiz e ne porta in superficie la profondità. Un mare che pesa e che incide ben oltre la sua dimensione geografica, ricco e complesso, per la  percezione dell’immensità, delle distanze, del vicino e del lontano, come un oceano.

Quell’energia e quei segni  di schiuma che dialogano con le colline, ordinate e pettinate, sono il Territorio. E la schiuma non è superficie, e non è di passaggio ma è una manifestazione del profondo, parte della profondità. E’ in fondo solo un altro aspetto di quel mare che è un mare di comunità, un mare plurale. Che contiene in sé tutta la complessità del mar Mediterraneo: una metafora, secondo la definizione che dallo stesso Rumiz a Sergio Anselmi a Predrag Matvejevic, a Franco Farinelli in modi diversi comunque allude sempre ad un  mare dell’intimità che dialoga con l’Altrove. Un diaframma.

Quello che succede sulla sponda italiana, marchigiana dell’adriatico, in una regione grande ma piccola, cruciale ma con un  milione e mezzo di abitanti (un quartiere di Roma), un’impresa ogni otto abitanti, con centinaia di comunità nelle valli disposte a pettine, con una conformazione geografica affascinante quanto ostica nelle comunicazioni e nei collegamenti, è un singolare laboratorio di modernità che attraversa  molti dei settori vitali della geocomunità. Punte di modernità però che non significano sempre processi di modernizzazione.

Punte di modernità che convivono con un ancora solido e particolare capitale sociale, diverso seppure la distanza sia minima, da quello che Robert Putnam studiò nella vicina Emilia-Romagna, ma non meno solido e non meno solidale. Punte di modernità nelle produzioni tipiche, di un mondo agricolo e agroindustriale che ha saputo intercettare con spirito di anticipazione i nuovi bisogni sociali e culturali nelle pieghe dei consumi che cambiano, e li ha tradotti in una percentuale altissima di agricoltura biologica con alcuni tra i più importanti brand internazionali del settore, Alce Nero e la Terra e il Cielo per tutti, senza dimenticare i tanti piccoli e medi produttori diffusi in tutta la regione.

Punte di modernità nell’industria, tutta indipendentemente dalle dimensioni, in quella grande, media e piccola: nei settori tradizionali e in quelli a più alta innovazione, sui prodotti, i processi e l’organizzazione.

Tutto questo nonostante una seria carenza infrastrutturale, e c’è una ricca letteratura a questo proposito non sempre lucida sulle dinamiche di causa/effetto. In questo senso il territorio marchigiano solo ora si sta avviando verso una maggiore e migliore infrastrutturazione. Le uniche scelte ormai possibili sono sostanzialmente tre: il progetto Quadrilatero e i collegamenti con il Tirreno, per le persone e le merci; i nuovi collegamenti con il porto di Ancona (quale?, quando?) e quindi con le autostrade del mare e l’altra sponda dell’Adriatico; il miglioramento con la costruzione della terza corsia,  dell’infrastruttura per eccellenza, quella più simbolica, l’autostrada A14. Un’infrastruttura la cui centralità non è ancora sufficientemente percepita, e da cui dipenderà anche la promozione culturale e turistica delle comunità che l’A14 attraversa, oltre ad un modo diverso di concepire il viaggio e l’attraversamento del territorio, meno legato al passaggio e più alla durata, alla conoscenza.

Immaginare molto di più, in termini di infrastrutturazione materiale della regione, è un esercizio velleitario: immaginare che queste scelte insieme alla infrastrutturazione immateriale possano nell’arco di un decennio spostare in avanti l’opera di modernizzazione della regione è sensato auspicarlo.

 

La comunità marchigiana è una comunità solida e strutturata nei poteri istituzionali, quelli formali delle organizzazioni economiche, politiche, culturali costituite; ma accanto ai templi della rappresentanza storicizzata si stanno affermando altre chiese laiche, altri luoghi di appartenenza, altri modelli di comunità, altre fabbriche di senso. Le comunità temporanee. La loro identità non è meno solida, il senso di appartenenza non è meno stringente, il linguaggio è innovativo e orizzontale, il conoscersi e il ri-conoscersi non è legato ad interessi solo di tipo tecnico ma ad una appartenenza di bisogni e di rappresentazione. E’ un sentire nel quale, in forme non sempre dichiarate e codificate, si condividono i rischi e le opportunità dei  mk globali, le contraddizioni della modernità, le fatiche di camminare sul filo dei fusi orari nelle strade del mondo. E’ un sentire/appartenere che passa per la velocità e l’adrenalina delle  e-mail o degli SMS alla ricerca di quel senso ultimo che muove allo stesso tempo l’energia verso l’Altrove e l’ambizione a tornare, comunque, da dove si è partiti.

A questa parte irrequieta e ansiosa di imprenditori e professionisti, sostanza e forma di una schiuma che si rinnova ad ogni mareggiata e che sembra sparire ma invece è, viene chiesto di lavorare sempre a prototipi, sempre in una officina di senso che all’apice del successo capisce che un mondo è finito e occorre ricominciare a inventarne altri.

Tutto questo vale per chi produce scarpe e abbigliamento almeno quanto cartoni animati o ristorazione o servizi sociali; progetti culturali, eventi, festival o maxi yachts, luoghi temporanei, volontariato e architetture per la comunità, cappe aspiranti, vino, pompe sommergibili, mattoni, servizi, food o prodotti di design. Perché ognuno di loro produce senso e governance; ad ognuno di loro è chiesto di fare comunità ma ognuno di loro è intrinsecamente individualmente pensato per pensare a sé stesso e al proprio mondo. Programmato per l’auto-rappresentazione. Perché anche in quello stanno le ragioni del successo. O almeno di una certa idea di successo. Ed è una contraddizione interessante: il concetto di comunità di schiuma è una sorta di ossimoro, concettualmente ardito perché antropologicamente ardito.

Che si scontra con il problema della responsabilità: da quella pubblica delle istituzioni e della rappresentanza, a quella economica a quella culturale.

Fuori di metafora: questa regione che ha in vari suoi segmenti importanti sacche di innovazione, modernità e spirito di anticipazione, abilità e capacità di stare sui flussi, non è altrettanto interessante e lucida rispetto allo sviluppo della geocomunità. A oggi, non c’è  un progetto, un pensiero che unisca le parti più o meno eccellenti, non un’idea di sviluppo, non una rappresentazione di sé da qui a qualche decennio. Verso dove, con chi, per chi, per fare che cosa.

Non c’è vento favorevole per chi non sa dove andare ricorda Seneca, e dovrebbe essere un monito!

L’ assenza di una identità di geocomunità, di una identità di sintesi, necessariamente creativa, che non sia somma ma moltiplicazione, è esattamente la ragione per la quale non si intravedono idee e strategie sui beni competitivi territoriali, siano essi di politica energetica, industriale, ambientale, culturale, turistica e infrastrutturale: tematiche tutte al centro di scelte farraginose e contraddittorie, quando non perennemente rimandate.

In questo senso alcune complessità marchigiane stanno diventando vere e proprie criticità.

E’ come se una diffusa, come tutto nelle marche, creatività tecnica dei vari ambiti di pensiero di prodotto e di processo, faticasse ad arrivare ad una sintesi, faticasse ad affermarsi come comunità e quindi come condivisione. Il saper fare e il saper essere spesso sono e restano patrimonio individuale che difficilmente trova socializzazione oltre ambiti molto ristretti, di nuovo una grande differenza con la vicina Emilia-Romagna: talvolta il dialogo è più facile con Miami che con Ascoli. I tanti frammenti di senso e di visione, le identità di una comunità di schiuma che c’è  e che ha esempi sorprendenti, è appunto una somma: è la schiuma che non fa comunità, fa singolo, somma di tanti singoli, ma raramente sintesi. D’altra parte la capacità di esistere e  di stare sui flussi non sempre si lega all’attenzione, alla disponibilità, al farsi carico della responsabilità dei luoghi.

Anche se a ben vedere alcuni esempi di schiuma – anche  la schiuma si storicizza e de-storicizza – sono una perfetta sintesi tra la memoria anche intangibile dei luoghi e  le potenzialità, le accelerazioni dei flussi. Ma il portare la schiuma a sistema, ammesso che abbia un senso farlo e che non ne snaturi d’identità e la forza, richiede un pensiero almeno uguale se non superiore per generosità, intelligenza e intuito, a quello che la schiuma ha prodotto.

Ci sono esempi e ci sono luoghi nei quali le comunità temporanee, la schiuma, trova appartenenza. La realtà degli OUTLET  coniuga nelle Marche una naturale, come ovunque, propensione alla vendita e alle nuove forme della vendita con la valorizzazione del territorio anche in prospettiva turistica. Non ci sono le cattedrali dello shopping che uniscono nella concezione del mall americano vari negozi e vari marchi: c’è piuttosto, di nuovo, la singola azienda che fa vendita diretta, quella che comincia sotto casa in una palazzina che, storicamente, accoglie famiglia impresa vendita e post-vendita. Ma ci sono trasformazioni in atto: sempre più spesso il vecchio spaccio aziendale diventa una ulteriore espressione del brand, quindi un luogo progettato, qualche volta molto bello, con caffetteria, giustamente radicato accanto alla produzione in modo che allo shopping si leghi anche un’occasione di racconto del paesaggio. Anche questo è, non è chiaro quanto consapevolmente, comunque un farsi carico della responsabilità sociale d’impresa i cui compiti vanno ben oltre la produzione di ricchezza e occupazione. A questa cultura d’impresa e allo status che i nuovi imprenditori dovranno darsi ha lavorato con paziente, incessante tenacia una giovane imprenditrice che ha ricoperto ruoli di responsabilità regionale e sovra-regionale: Orietta Maria Varnelli. Varnelli ha fatto comunità creando coscienza oltre che competenza, interpretando una giovane Confindustria che accoglieva i rappresentanti spesso anomali della comunità di schiuma, quelli “poco confindustriali”. Ha dato loro buone ragioni per mettersi a disposizione, ha fatto la cosa più difficile: ha collegato cose diverse con fili sottili via via differenti, ha guardato alle esperienze emblematiche, alle storie delle persone cercando di dare loro un altro luogo di appartenenza. Del resto sono le persone, con le loro relazioni e le loro energie, che fanno comunità.

Accade dalle imprese al volontariato, dalle professioni alle istituzioni, e nella differenza ci sono tratti comuni.

Innanzi tutto nelle caratteristiche antropologiche e psicologiche come spirito di leadership, curiosità, attenzione e capacità di creare forte motivazione trasversale, sguardo glocal rispetto agli obiettivi almeno quanto ai collaboratori. E spesso è frutto di una sintesi personale la capacità di spiazzare e spostare ma mantenere il radicamento che resta forte.

Sono poi esperienze, tutte, che accomunano capacità di invenzione e creatività di prodotto almeno quanto creatività di processo; rispetto al contenuto intrinseco delle produzioni siano esse beni o servizi e ai modi della loro realizzazione, dell’organizzazione. E’ come se si fosse compreso che la qualità progettuale e l’innovazione si realizzano solo su tutto il ciclo, con procedure e invenzioni orizzontali: la qualità e la coerenza sono su tutta la filiera, interna ed esterna, o non sono.

E’ anche in questi approcci, in questa lucidità la capacità degli attori della comunità di schiuma di stare sui flussi.

Ma appare evidente che quelli che sembrano felici casi di successo in verità non sono isole. Ci sono primogeniture, ci sono apripista storici che hanno indicato una via, che hanno insegnato a coltivare talento saperi e responsabilità, investimento privato e sviluppo del territorio, cultura d’impresa e cultura tout court.

Un nome che è un tributo: il gruppo Guzzini. Una famiglia, una dinastia che in decenni di storia, attraverso produzioni d’avanguardia rispetto ai materiali e al design ha come pochi altri dato autorevolezza e visibilità ad un certo modo di essere e di fare impresa. Il gruppo Guzzini, che fossero vasche e docce idromassaggio o lampade o casalinghi o complementi d’arredo, sempre e comunque ha mantenuto alcune linee guida come granitiche certezze: il rapporto con grandi architetti e designer internazionali, accurate e sofisticate politiche di vendita e assistenza al cliente attraverso molti interlocutori della filiera, innovazione nei materiali, attenzione al territorio, sguardo globale. Quei modi, quell’agire hanno permeato tante generazioni di imprenditori che, al di là delle possibili prese di distanza, hanno tuttavia interiorizzato un modo moderno di fare impresa.

 

Poche realtà quanto la moda ricordano la velocità e la leggerezza della schiuma. Leggerezza che è sostanza profonda fatta di ricerca sui trend, sui gusti che cambiano in modo fulmineo, sui linguaggi, i bisogni che trovano riconoscimento e cittadinanza a Las Vegas come a Civitanova come a Shangai. La moda e la comunicazione, come nient’altro, subiscono lo stress  e le perturbazioni dei flussi, ma solo con essi possono esistere. Sia chiaro è una leggerezza che è PIL, occupazione, cultura industriale e produttiva. Lino Fornari ne è un chiaro e luminoso esempio. La sua azienda, FORNARINA, oggi è un brand globale che produce in varie parti del mondo, con negozi e distribuzione in tutti i continenti. Oltre che geniale enfant prodige rispetto al prodotto - la storia inizia con la piccola azienda calzaturiera  di famiglia a Civitanova che deve ri-darsi una identità e deve decidere come stare, con che cosa e su quale mercato - Lino Fornari  e FORNARINA rappresentano una felice sintesi di coraggio imprenditoriale e lucida innovazione strutturale. Prima erano solo calzature, oggi è  abbigliamento, complemento, accessorio e diventerà molte altre cose ancora. Al di là della creatività applicata al prodotto - tecnica/produttiva e di stile -  alla comunicazione, alla traduzione coerente dei luoghi della vendita – i negozi - e dei modi della vendita, l’azienda ha investito risorse importanti nell’organizzazione, nell’ammodernamento tecnologico, nell’efficienza organizzativa, nel controllo totale in tempo reale dell’intera macchina industriale in  tutte le sue articolazioni, in tutti i luoghi. La modernità della piattaforma  tecnologica e della logistica, in funzione della velocità delle risposte, è almeno pari alla capacità di anticipare se non inventare i trend di prodotto. Quello che sorprende è la capacità di saper stare davvero e profondamente, nei metodi e nel merito, sulle tendenze: di accogliere e metabolizzare il produrre e lo stare in tutto il mondo nello stesso momento. Fornari ha capito che una buona idea non basta per diventare e  rimanere trend-setter globali. Ma il produrre in Cina piuttosto che all’Est non gli impedisce di riconoscersi in  un’identità di territorio che mantiene nel distretto, ormai trasformato anche dai mutamenti economici in atto, salde e profonde radici di saperi e di appartenenza.

Già, i distretti. Quelle che erano sicurezze, forme comunitarie seppur competitive, sono realtà in transizione. Innanzi tutto nel senso che non dicono più il loro mondo, non lo rappresentano. Per certi versi è un abito stretto, per altri è troppo largo o troppo generico: è una forma antica per un mondo nuovo. Cos’è, qual è l’idea di distretto? Quali servizi, quale significato simbolico e reale assume il distretto per una moderna impresa? Sono interrogativi pesanti sia  per chi ha responsabilità di governance pubblica sia per chi si fa carico della rappresentanza degli interessi privati. Anche davanti alle crisi strutturali di questi periodi non pare che i distretti storici vadano oltre tavoli di concertazione o redistribuzione di quei pochi sostegni alla crisi. Diverso è quando un distretto nasce, come nel caso degli argentieri tra Loreto e Recanati: lì gli obiettivi, le persone, le caratteristiche e i bisogni di quelle imprese definiscono anche la natura e le finalità dello stare insieme, la forma, il senso e i modi di una rappresentanza nuova.

 

Analogamente a Fornari, ELICA e Francesco Casoli, mantengono sia nella storia della cappa fabrianese sia in quella dell’elettronica intorno a Castelfidardo un raccordo profondo, una memoria di territorio che non si perde ma si trasforma, genera nuova impresa, nuova intelligenza, nuovi saperi. E’ così che si crea capitale e capitale sociale.

Lo sanno bene sia Casoli sia Fornari che qualsiasi merce si può produrre ovunque, ma non la sua comunicazione, non il servizio, non il plus di cultura, di progetto, non la ricchezza/stratificazione di senso che i prodotti ad alto contenuto competitivo devono necessariamente contenere.

Si possono copiare simulacri non si possono copiare segni: e il passaggio da simulacro a segno è quello che fa la differenza, è la capacità di stare sui flussi a partire dalla memoria dei luoghi.

Ecco perché si aprono negozi FORNARINA in tutto il mondo e si vincono premi per l’architettura e l’interior design con concorrenti come Prada e Vuitton; ecco perché ELICA non fa cappe ma “aromaterapia”. In entrambi i casi, seppur declinata diversamente, è netta l’idea secondo la quale le merci sono tanto più vincenti quanto maggiore è il valore aggiunto anche immateriale che sanno incorporare. Quando più sanno esprimere desideri e senso, quando sono, oltre che prodotti eccellenti, ed è scontato che lo siano, anche metafore.

 

E’ la stessa ragione per la quale  UMANI RONCHI ha capito che quando un proprio vino è tra i 10 rossi più buoni del mondo, cambia il film. Occorre a quel punto investire sempre più sulla vigna – ca va sans dire- ma anche sul punto vendita, sulla sala bottaia, sull’architettura che interpreti questo anelito alla modernità, che interpreti la differenza di passo. Una bella cantina, bei luoghi - come ci insegna tanta architettura contemporanea, dall’esempio storico di Herzog&De Meuron in California a Frank Gehry a Mario Botta a Suvereto - arricchiscono il già buon vino: l’architettura e la cultura, lo stile in ultima analisi, sono un plus da esibire  presso gli importatori, i ristoratori di eccellenza, i clienti che cercano glamour e appartenenza. Di altro non si sta parlando se non dell’evoluzione della customer care.

 

La storia di Antonio Terni della FATTORIA LE TERRAZZE che ha inventato il  Planet Waves, una riserva di Rosso Conero dedicata oltre che fatta insieme a Bob Dylan, è altrettanto emblematica in questo senso. La leggenda vuole che il mitico cappello leopardato lanciato all’ennesimo concerto sia in una teca di casa Terni, musealizzato, e che Bob Dylan abbia sorseggiato e apprezzato l’eccellente vino fatto arrivare per lui da Ancona, nel backstage dopo un concerto. Come sia poco importa. Quello che conta è che una passione, una tradizione di mecenatismo e di collegamento tra cultura e impresa, sana e buona abitudine dei Terni, si sia ulteriormente declinata.

E quello che conta è anche che cercando su internet  si scopre che nei siti di molti importatori internazionali compare il vino nato dal rapporto Antonio Terni-Bob Dylan con etichetta firmata da entrambi. Un plus non c’è dubbio per un vino già di alta qualità e ora arricchito anche di comunicazione  e di valore simbolico. E’ come dire che i modi di essere internazionali, e Terni lo è per ragioni familiari e imprenditoriali, e di legare le storie personali con la propria impresa possono essere anche quelli di un  marketing con il cuore.

 

L’attenzione  e la ricerca della qualità eno-gastronomica  d’altra parte ha caratterizzato in modo prepotente i consumi di questi anni: ha significato attenzione e controllo di filiera, riscoperta di mondi e mestieri che sembravano perduti, sviluppo territoriale, affermazione di nuovi stili di vita. Lo ha fatto nelle percezioni forse più che nella realtà, ma tant’è. E sono nate fiere dedicate, nuove imprese, movimenti culturali, luoghi del gusto che sono i nuovi templi per i “gastronauti”, turismo del vino e del cibo, attenzione al benessere, al piacere, allo stare bene. E’ un discorso che si lega talvolta anche alla cultura del corpo, alle terme, al wellness. Sono vere e proprie comunità temporanee  in transumanza nei circuiti che attraversano ad un altro livello i territori, corsie invisibili che fanno riconoscere le persone nella condivisione di riti, vocazioni e stili di vita. E non c’è niente di scandaloso se le Marche di qualcuno non sono quelle del Crivelli o di Lorenzo Lotto o di Piero della Francesca ma  quelle di Moreno Cedroni, dell’outlet Tod’s, o del vino di Terni. Sono altre geografie e altre letture del paesaggio.

Senigallia ha oggi il privilegio di essere una tappa di questo circuito del glamour legato alla ristorazione di alto livello.  MORENO CEDRONI, chef de La Madonnina del Pescatore, per un certo periodo è stato solo un eccellente chef: oggi è anche  un imprenditore che sa mettere insieme in una sintesi creativa i valori del territorio, anche nei nomi dei suoi prodotti ( memorabile il “Susci” all’italiana, la parola ma anche il piatto di cultura e sapore marchigiano), e le tendenze del gusto e della seduzione legate al cibo.

Con un risultato che è un perfetto esempio dell’effetto di moltiplicazione: benefici per le produzioni tipiche di eccellenza delle Marche, sviluppo di un nuovo tipo di turismo, qualificazione quando non invenzione di una nuova immagine del territorio. Un bell’esempio di realtà glocal, che produce a Senigallia i prodotti a marchio Anikò ( in dialetto senigalliese, tutte le cose, ogni cosa), per venderli in tutto il mondo, possibilmente in una logica di immagine coordinata in chioschi pensati con una speciale architettura che contiene la tradizione dello street food ma parla la lingua dello stile internazionale. Anche qui la coerenza tra innovazione del contenuto, innovazione della forma e organizzazione sono un tutt’uno. C’è nella storia di Moreno Cedroni, che è la storia di una persona e di un talento ma anche  di un’impresa creativa, la lucida consapevolezza che la sola qualità del territorio, quand’anche eccellente, è condizione necessaria ma non sufficiente ad assumere valore emblematico.

 

Non è forse parte della comunità di schiuma la RAINBOW di Recanati, il“piccolo colosso” del cartoon che da Recanati fa concorrenza alla Disney e ai giapponesi? Dal colle dell’Infinito  allo spazio infinito del mondo: dalla Cina alla Corea, dal Far East alle Filippine all’India, fino al prime-time sui canali della Fox in tutti gli Stati Uniti. Organizzazione produttiva in vari continenti, distribuzione e messa in onda in decine di paesi, concezione modernissima e altamente sofisticata del licensing legato al cartoon. Come dire, il talento, l’intuizione, la creatività, ancora una volta nel prodotto e nei modi della sua gestione commerciale e promozionale. Una sorta di filiera della creatività orizzontale su tutte le funzioni aziendali. C’è da chiedersi quanto di memoria del territorio abbia interiorizzato lo straordinario Iginio Straffi per arrivare a concepire prima e realizzare poi, una simile azienda nella campagna marchigiana. A ben vedere una genetica c’è: è quella dei fumetti legati all’educational che il Gruppo Pigini produce da decenni. Ma forse c’è anche qualcosa di più e di più immateriale: è quell’abitudine al racconto, alla narrazione, con strumenti e linguaggi sempre diversi, legata al Sacro e alla rappresentazione del fantastico, nella fantastica storia della Madonna di Loreto. Sacro che è anche e prima di tutto, pensiero poetico, significato. Con sguardo laico, si potrebbe dire per gemmazione, sono nate nel distretto del sacro, tra Ancona Recanati e Loreto, realtà produttive di editoria più o meno dottrinale, di argenti più o meno sacri, di confezioni più o meno dedicate. Oggi il risultato è che il distretto degli argentieri è un laboratorio vivace e ricco di sperimentazioni sul piano del design sia per le medie che per le piccole imprese, e la Rainbow continua con modi e linguaggi diversi, quella storia antica di racconto non più di quell’immaginario e di quel mondo, ma di altri immaginari, di altri miti, per i giovani adolescenti del mk globale. Si è trasformata ma si è mantenuta la capacità di intercettare i bisogni, e si è laicizzata non l’attenzione alle domande, ma l’ambizione di fornire risposte. O meglio si è ampliato lo spettro delle risposte possibili a bisogni più complessi. O meglio ancora si è modernizzata nei metodi e nei contenuti la capacità di risposta.

 

Se le comunità di schiuma si identificano con caratteristiche spinte di tecnologia, comunicazione, finanza, certo i protagonisti del distretto del mare marchigiano interpretano un ruolo di primo piano. Il territorio è quello tra le province di Ancona e Pesaro, con localizzazione a Fano e nel suo entroterra e ad Ancona porto e parte delle aree industriali limitrofe. La realtà della cantieristica di lusso è piuttosto articolata e segmentata, e la filiera è eccellente in tutti i suoi passaggi: dal concept alle parti strutturali nei diversi materiali, all’arredo al design, dal  marketing alla vendita al post-vendita. Una realtà così interessante e innovativa nei percorsi imprenditoriali e nella cultura d’impresa che si traduce in un ambizioso progetto, tra i più ambiziosi in campo oggi  nella regione, quello di un vero e proprio distretto del mare. Al di là dell’impatto industriale e delle necessità di infrastrutturazione dedicata, c’è in tutto questo l’ambizione di inventare nuove forme comunitarie, che si riconoscono in servizi, modalità produttive, strategie finalizzate all’affermazione di una nuova centralità di Ancona per un’utenza speciale. Non è un caso che le due aziende leader del settore maxi-yacht, la ISA RODRIGUEZ e la CRN riconosciute tra i grandi produttori mondiali del settore, concorrenti sul piano industriale siano alleate sulla piattaforma di distretto. In queste esperienze i saperi di comunità, le competenze della storica  Fincantieri e delle sue aziende di sub-fornitura, la stessa cultura della  sindacalizzazione, si sono inserite e incanalate verso un nuovo tipo di cantieristica. Qui più che altrove, oltre alle tecnicalità,  c’è un retaggio di storie sociali e culturali del lavoro: molti di quegli uomini lavoravano anche per un’idea di mondo, per un sogno di sviluppo e di emancipazione sociale. Per loro non è cambiato solo il lavoro e il datore di lavoro: è cambiata una prospettiva. Eppure ci sono anche le loro energie, i loro sogni nel successo di queste nuove aziende che cercano poche decine di clienti l’anno in ogni continente, e devono garantire loro un after-sale importante almeno quanto la vendita, e hanno bisogno di spazi, logistica, collegamenti, servizi adeguati.

Lo sviluppo impetuoso di questo settore  mostra una volta di più che  le caratteristiche di questi protagonisti e di queste imprese stanno nella capacità di leadership, nella forza dell’entusiasmo, nella capacità di motivazione, oltre che nella tecnicalità, verso l’interno e verso l’esterno. Saper gestire le competenze, le passioni, i progetti delle persone è certamente uno dei plus competitivi di questo e di tutti i settori. Non si compra una barca si compra un sogno; non si indossano scarpe si compra appartenenza; non si beve un vino, non si va a cena in un certo ristorante, si acquisisce status. Si potrebbe continuare. Si cerca seduzione, glamour, si cerca chi officia  un rito,  sia esso legato ad un prodotto, ad una situazione, ad un contesto che dia senso.

Questa immaterialità contenuta nelle merci e nei servizi è costante in tutti questi esempi e in un certo modo di essere e fare impresa nel territorio marchigiano. Curiosamente nella regione, non  a torto percepita come isolata e irraggiungibile se non con l’A14, emblema della periferia dell’impero, scollegata  e snobbata dai collegamenti ferroviari e in parte anche aerei, curiosamente trovano realizzazione  realtà di assoluta modernità, riconosciute e riconoscibili.  Casualità? Naturalmente no, anche perché tutto questo non si rintraccia solo in esperienze d’impresa, in fondo l’ambito più dedicato e che ci si aspetta più sensibile  a tradurre in business le passioni  e le debolezze degli uomini: accade in ambito culturale, universitario, nelle frange del welfare.

A dimostrazione che queste non sono eccellenze instabili, sono eccellenze che rispondono a regole nuove.

 

Esperienze di volontariato come quella della LEGA DEL FILO D’ORO, sono emblematiche di questo sentire. Va detto che il contesto generale del volontariato marchigiano è un contesto di qualità diffusa. C’è un humus generale fatto di innovazione nei modi e nell’organizzazione, di passione civile, di coalizione vera tra poteri: finanza, pubblico, privato ai vari livelli. Ma è con spirito di anticipazione che questa realtà ha saputo legare welfare e organizzazione in maniera originale, comunicazione e etica in modo innovativo, visibilità dell’associazione e trasformazione sul territorio dei servizi ai sordo-ciechi non solo nelle Marche ma anche in altre parti d’Italia. Quando non eravamo così abituati al “mercato” del volontariato e le tante Onlus non erano così competitive, la Lega del Filo d’Oro non ha avuto paura della comunicazione, dello star system, della mondanità, degli eventi che aiutano la raccolta fondi, dei rigorosi controlli di gestione, della pubblicità che a tappeto in modi sofisticati e innovativi con paziente incessante metodicità garantisce il reperimento delle risorse necessarie alla vocazione di moderno welfare.

L’aver saputo saldare concretezza organizzativa, invenzione di un linguaggio, canali di comunicazione sia verso l’utenza che verso i  potenziali e diversissimi sostenitori, parallelamente alla qualità scientifica del servizio  erogato è forse la base della scommessa vinta dalla LFd’O.

 

Analoghe caratteristiche si ritrovano anche  in ambito culturale.

A livello universitario l’abbondante offerta dei tanti atenei, e di alcune scuole di alta specializzazione come l’ISTAO, si traduce in un buon livello medio e in alcune punte avanzate, alcuni laboratori di intelligente anticipazione. E’ il caso di alcuni master come quello dell’Istao in Gestione della Trasformazione Urbana;  è il caso dell’unico Dottorato di ricerca internazionale al quale la FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI ASCOLI PICENO partecipa a conferma della sua vocazione realmente glocale. Il Dottorato Internazionale Villard d’Honnecourt è una struttura sperimentale unica in Europa nel campo delle discipline architettoniche. La sua specificità è nelle nuove modalità di funzionamento rispetto ai tradizionali dottorati: l’itineranza, intesa come strumento fondamentale di formazione di integrazione e di scambio, l’apertura nei confronti delle istituzioni universitarie coinvolte, la monotematicità, come metodo per moltiplicare l’efficacia delle ricerche, l’apertura disciplinare come occasione per riflettere sui cambiamenti degli ultimi anni e per facilitare il confronto con le altre facoltà europee. Il DottoratoVdH, una struttura gestita collegialmente dalle 12 sedi europee coinvolte, è in controtendenza sia rispetto alla chiusura monosede che ha caratterizzato i dottorati nelle facoltà di architettura italiane, sia rispetto a forme di internazionalizzazione che non sono gestione comune, reale delle attività didattiche e di ricerca.

Al di là del mondo della cultura istituzionale, alcuni esempi rimandano ancora una volta a modi e linguaggi che si sforzano di elaborare un racconto di  territorio: una rappresentazione degli aspetti migliori ma anche dalle sue contraddizioni, dalle sue emergenze.

Voluta e finanziata dal Gruppo Gagliardini, la rivista PROGETTI, si occupa da oltre sei anni di architettura, restauro, design e comunicazione culturale con un’identità  e una finalità precisa: raccontare questo paesaggio che cambia attraverso gli oggetti, il design, l’architettura e i luoghi, la forma e le funzioni; creare dialoghi e collegamenti con i protagonisti del design e dell’architettura contemporanea  per non perdere di vista ciò che accade hic et nunc, ma entro quali contesti.

Alla rivista che è un’occasione di monitoraggio, un luogo di incontro e di scambio, sono collegate le attività culturali itineranti realizzate spesso insieme alle università, alle istituzioni di diverso grado, agli ordini professionali, alle aziende marchigiane: sono mostre e convegni, seminari e viaggi di studio, eventi e un calendario d’autore, tra pensieri luoghi oggetti e tempo.

Al di là di alcuni grandi eventi, di diversa scala ma ormai storicizzati come il Rossini Opera Festival,  Macerata Opera, InTeatro Festival di Polverigi, alcune realtà legate allo spettacolo e alla musica, seppur diversissime, hanno concept culturali e metodologici molto interessanti.

Il PREMIO CITTA’ DI RECANATI ha una lunga tradizione di qualità legata alla canzone d’autore, e ha saputo mettere insieme, mescolare e contaminare pubblici e linguaggi diversi. Da qualche anno la scelta di avere un partner forte, Radio Uno, si è rivelata una giusta intuizione di metodo che diventa moltiplicazione nel merito: una innovazione apparentemente ovvia per una selezione musicale, ma fondamentale. E’ così che il legame tra la canzone d’autore, la selezione, i programmi di Radio Uno, si legano in un unico progetto dilatato nel tempo, ben oltre i pochi giorni della manifestazione recanatese.  Ma c’è di più: c’è che attraverso la radio avviene l’accesso al premio attraverso modi di comunicare e media differenti, come il telefono e internet. E non è questa una questione tecnica perché il diverso accesso significa ampliamento e differenziazione dell’utenza possibile. Non è un caso se con l’edizione 2005 è stato deciso di strutturare il dialogo in modalità precise con le università di Macerata e Camerino. A conferma di una crescita di obiettivi e di visibilità, oltre che una reale promozione , anche lo sdoppiamento delle sedi: Recanati per la parte organizzativa e preparatoria, le selezioni e le audizioni; Macerata nello Sferisterio per le tre serate finali.

Già nel nome c’è un carico di suggestione, CANTAR LONTANO; già nei tempi e nei modi in cui si svolge, di notte; già nei luoghi, le chiese. Il “cantar lontano” è un modo di cantare che allude ad una tradizione e a linguaggi molto speciali, a testi di grande fascino. A storie e saperi antichi. Ed è qui lo scarto, è qui la novità. Da argomento estremamente sofisticato, filologico ed elitario, il festival che si svolge a giugno, di notte, nelle chiese della provincia di Ancona ha saputo diventare pensiero contemporaneo, ha saputo legare i reperti del passato, la musica e i luoghi, con una comunicazione e un approccio di rara modernità.

Oggi le Marche non sono solo questo, ma  quello che conta è che sono anche questo.

E’ una regione a un bivio: stare a guardare o rischiare.

Che è come dire scegliere la strada instabile e interrogante di molte di queste esperienze, o guardare più o meno serenamente, con qualche conflitto e molti rimpianti, ad un grande avvenire dietro le spalle.

 

Tutti i diritti riservati. Copyright 2004 Regione Marche