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MARCHE TURISMO – Il professore Francesco Erspamer esprime il suo apprezzamento per lo spot con Dustin Hoffman
Francesco Erspamer, professore di lingue e letterature romanze a Harvard e direttore del programma di studi italiani, ha recensito favorevolmente lo spot della Regione Marche che vede protagonista il grande attore americano Dustin Hoffman mentre recita i versi tratti dall’”Infinito” di Giacomo Leopardi definendolo “una straordinaria campagna a favore della poesia, e specificamente di Leopardi”



Fuori d’Italia, i Canti di Leopardi li conoscono in pochi e li leggono in pochissimi. A Boston, che è una delle città più colte d’America, non sono riuscito a trovarne una copia, nemmeno una, né nei superstore di Borders e di Barnes and Noble né nelle librerie universitarie di Harvard e del MIT. Una rapida ricerca su Amazon ha confermato la mancanza di interesse per la sua poesia: l’unica traduzione recente in commercio, della Princeton University Press, è ormai di una quindicina d’anni fa e nel momento in cui ho controllato si trovava intorno al milionesimo posto nella classifica delle vendite, un risultato alquanto deludente in termini assoluti e anche rispetto ad altre opere in versi di autori italiani: sia il Canzoniere petrarchesco che l’Orlando furioso che la Gerusalemme liberata sono decisamente più in alto, sulla centomillesima posizione, per non dire della Divina commedia, presente con più di un’edizione fra i cinquemila libri più richiesti. In Francia le cose non vanno altrimenti. Come mai?

Penso che la principale ragione dello scarso successo internazionale di tutti i capolavori della nostra tradizione ottocentesca, Promessi sposi inclusi, è che invece di considerarli patrimonio di chiunque sia interessato a essi e li voglia far propri (come invece accadde per i grandi del Trecento e del Rinascimento, in epoche in cui l’Italia esportava cultura), li si è caricati del compito di garantire l’identità nazionale, di creare una comunità immaginaria fondata sul mito del passato a compensazione delle delusioni del presente. Il risultato è la loro sacralizzazione, la loro trasformazione in discorsi che i manuali di retorica definiscono “di ri-uso”, che cioè traggono la loro autorità e il loro prestigio dall’abitudine, dal fatto che li si è ripetuti e sentiti ripetere sin da bambini, immutati e immutabili come formule o preghiere. Persino Carducci, persino versi come quelli di Piemonte, “Su le dentate scintillanti vette / salta il camoscio, tuona la valanga”, poterono parere belli alle generazioni che li avevano imparati a memoria alle elementari; quando si smise di imporli a scuola si rivelarono per quello che erano: mediocri, banali. Ma è un errore credere che questo sia il destino di tutte le opere letterarie: che se private della loro aura anche le poesie di Dante o di Leopardi finirebbero con l’inaridirsi.

Chi teme o minaccia questo destino, chi crede che i classici si debbano salvare per decreto, non ha in realtà alcuna fiducia in essi e certamente non trae da essi alcuna felicità o insegnamento. Se ne serve per non cambiare, o piuttosto per evitare di prendere coscienza o responsabilità di un cambiamento già in corso, per esorcizzare l’autodeformazione del reale. La grandezza del Sabato del villaggio o delle Ricordanze o della Ginestra sta nel fatto che resistono a qualsiasi omogeneizzazione, che sono in grado di sopportare qualsiasi esegesi, qualsiasi travisamento, tradimento, traduzione. Che, al contrario delle canzoni di Lady Gaga o degli iPod su cui le ascoltiamo, non costituiscono riti di appartenenza, simboli di una condizione (status symbol): invece sono rifugi della differenza, occasioni per sentirci diversi non solo dagli altri ma anche da chi eravamo prima. Questa è la siepe che, escludendo l’orizzonte dallo sguardo, ci consente di fingere “interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete”, questa è l’immensità tra la quale annega il pensiero, questo il mare in cui è dolce il naufragare. In che modo altre interpretazioni, altre letture, altre cadenze o accenti, dovrebbero incrinare il mio piacere dell’Infinito? Perché in particolare dovrebbe darmi fastidio la maniera in cui lo recita Dustin Hoffman, storpiandolo, correggendosi, lottando col testo?

Già Aristotele aveva notato che il linguaggio poetico piace ed è efficace in quanto appare poco familiare: esso ci sorprende, scrisse, come uno straniero. Il videoclip diretto da Solari e realizzato dalla Regione Marche per promuovere turisticamente e culturalmente il proprio territorio, con Hoffman che, Canti alla mano, passeggia sullo sfondo di magnifici paesaggi, è in effetti una straordinaria campagna a favore della poesia, e specificamente di Leopardi. È uno spot che certamente userò per inaugurare i miei prossimi corsi, anche quelli che non riguardano l’Ottocento. Perché mostra che la vera poesia e la vera letteratura sono una conquista faticosa, un corpo a corpo ingaggiato con il linguaggio per liberarlo dagli automatismi, per restituire alle parole la loro forza, la loro materialità, per ridare vita alle immagini, permetterci di vederle e non soltanto di riconoscerle. “Vederle”, non “riconoscerle”, significa farle nostre, farne esperienza: individuale, unica, irripetibile e tuttavia non arbitraria. Le esitazioni di Hoffman e le sue interiezioni (“orissonte… zzonte, zzonte, zzonte!”, “no, no, no!”, “mannaggia!”, “You know what we forgot to do?”, “il suan… suon, di lei”) esprimono la contrattazione che ogni lettore e ogni generazione di lettori svolgono con l’opera: al termine della quale ci si ritrova, sempre, con qualcosa che prima non esisteva, neppure a livello di propositi.

Anche l’autore, del resto, si confronta con l’opera al momento della stesura: le edizioni critiche dei Canti (inclusa quella, recente, diretta da Gavazzeni per l’Accademia della Crusca) mostrano la quantità di ripensamenti che furono necessari per arrivare al testo che oggi leggiamo: quell’“ultimo orizzonte” su cui incespica Hoffman per via della doppia zeta, così difficile da pronunciare per un americano, aveva creato qualche problema anche a Leopardi, che inizialmente aveva pensato a un più fluido (e piatto) “celeste confine”. On line si trovano parecchie interpretazioni dell’Infinito di attori italiani: Gassman, Albertazzi, Gabriele Lavia, Carmelo Bene. Preferire una o l’altra alla fine è questione di gusti ma da tutte c’è qualcosa da imparare. Ascoltare Hoffman mi ha fatto notare che la forte legatura segnalata dai commentatori fra i versi 9 e 10, “io quello / infinito silenzio”, non è poi così forte, attenuata com’è dallo iato. Hoffman fa una pausa troppo netta dopo “quello” e si corregge: “Ah, I’ve to put it together!” esclama, e rilegge marcando l’enjambement; ma è impossibile unire davvero “quello infinito” - Leopardi li voleva staccati, sulla pagina e a voce.

C’è chi invece non ha apprezzato la sfida di Hoffman, indignandosi per la sua indebita appropriazione di un’italica gloria: “Sentire la nostra potente, meravigliosa lingua strapazzata dal pur bravo divo americano mi ha rigettato giù, nella nostra condizione di sempiterna colonia”, ha scritto Mina in una recensione allo spot pubblicata sulla Stampa e ripresa da molti quotidiani e siti. L’attribuire agli altri la colpa di ciò che siamo è un vecchio vizio: a colonizzarci una volta erano l’Austria, oggi rimpianta, e il papa e la perfida Albione, da qual che tempo sono gli Stati Uniti e già ci si prepara ad accusare la Cina. Ma anche se fosse vero, cosa c’entra la lingua? Proprio in America, accusata da Mina di imperialismo linguistico, l’inglese continua a ibridizzarsi e se la dichiarazione di indipendenza o le poesie di Whitman vengono lette con accento ispanico o coreano o italiano, nessuno si scandalizza, anzi è motivo di orgoglio, perché significa che qualcuno di fuori è stato conquistato. Così come del resto nessuno in Italia si scandalizza ad ascoltare il Trovatore o il Barbiere di Siviglia cantati da tenori e soprani stranieri, malgrado il loro accento: e forse per questo l’opera lirica è uno dei più validi strumenti di diffusione della nostra cultura.

Il mio compito qui a Harvard è far sì che molti giovani americani (di qualunque origine e qualunque madrelingua) scelgano di strapazzare la nostra potente, meravigliosa lingua piuttosto che altre lingue altrettanto potenti e meravigliose. Proprio non riesco a capire in che misura ciò dovrebbe offenderci o preoccuparci. Il video della lettura di una poesia non è la poesia: è un invito a essa. Chi Leopardi lo conoscerà solo attraverso l’interpretazione di Hoffman non avrà perso o guadagnato nulla; ma chi da quello spot sarà indotto a leggerne o rileggerne il testo, in italiano o in traduzione, si esporrà al rischio di naufragare in esso. Per parafrasare la frase che compare in sopraimpressione alla fine dello spot: di doverlo scoprire all’infinito.

Riferimenti:
- Heinrich Lausberg, Elementi di retorica, Il Mulino, pp. 308, euro 20,80.
- Aristotele, Retorica, a cura di Marco Donati, Mondadori, pp. 381, euro 9,40.
- Giacomo Leopardi, Canti, edizione critica diretta da Franco Gavazzeni, Accademia della Crusca, 2 voll., pp. LXII-600 e 370, con DVD-ROM, euro 75,00.  [vedi la recensione]


Spot promozionale della Regione Marche
diretto da Giampiero Solari
Europroduzioni
[vedilo su YouTube]

 

www.turismo.marche.it

 

(tratto dal sito www.italica.rai.it)

 

18 marzo 2010

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